CATANIA – Il nuovo anno si apre con il respiro profondo dell’Etna. Nel pomeriggio di Capodanno il vulcano ha dato vita a un evento improvviso e spettacolare, ma anche tecnicamente delicato: lungo il fianco orientale si è aperta una frattura dalla quale ha iniziato a fuoriuscire magma, generando una colata lavica diretta verso la Valle del Bove. Un fenomeno che, pur non rappresentando al momento una minaccia per i centri abitati, richiama l’attenzione degli esperti per la quota relativamente bassa alla quale si è originato.
Le prime osservazioni indicano che la frattura si è aperta poco al di sotto dei 2000 metri di altitudine, mentre il fronte lavico avrebbe già raggiunto una quota intorno ai 1500 metri, avanzando in un’area disabitata e morfologicamente predisposta ad accogliere questo tipo di flussi. La Valle del Bove, ancora una volta, svolge il ruolo di naturale “valvola di sfogo” dell’attività effusiva dell’Etna.
Una frattura che merita attenzione
A destare maggiore interesse scientifico non è tanto la presenza della colata, quanto la quota alla quale si è aperta la bocca effusiva. Le eruzioni laterali, soprattutto quando si sviluppano al di sotto dei 2000 metri, sono considerate più insidiose rispetto a quelle sommitali. La ragione è semplice: la lava parte più vicina alle aree antropizzate e può raggiungere in tempi relativamente rapidi zone agricole, infrastrutture e, nei casi più critici, centri abitati.
Le eruzioni sommitali, che sull’Etna sono le più frequenti, restano invece confinate alle alte quote, intorno ai 3300 metri, dove la lava tende a raffreddarsi e arrestarsi dopo alcuni chilometri, senza impatti diretti sulle popolazioni. Le colate laterali, al contrario, riducono i margini di intervento e rendono più complessa la gestione del rischio.
Il lavoro dell’Ingv sul campo
Il fenomeno è stato immediatamente rilevato dalle telecamere di sorveglianza dell’Osservatorio Etneo dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, che hanno registrato un bagliore ben visibile anche a grande distanza. Intorno alle 18.30 è arrivato il primo comunicato ufficiale, nel quale l’Ingv ha confermato che, a partire dalle 16.30 Utc, era in corso un’attività effusiva all’interno della Valle del Bove, in corrispondenza della parete nord-occidentale.
Nel frattempo, una squadra di vulcanologi si è recata sul posto per i rilievi diretti. Dai sopralluoghi e dalle immagini satellitari è emerso che la bocca effusiva si trova in prossimità di Monte Simone, a una quota stimata di circa 2100 metri sul livello del mare. Il fronte lavico più avanzato, al momento, risulta localizzato subito a sud di Rocca Musarra, intorno ai 1580 metri.
Parallelamente, continua l’attività esplosiva al cratere Bocca Nuova, con modeste emissioni di cenere che si disperdono rapidamente in area sommitale. Dal punto di vista sismico, l’ampiezza del tremore vulcanico si mantiene su valori medi, mentre l’attività infrasonica è bassa e concentrata soprattutto in prossimità del cratere Voragine.
Perché i prossimi giorni saranno decisivi
Le eruzioni laterali sono spesso caratterizzate da una minore prevedibilità rispetto a quelle di vetta. La loro evoluzione dipende da diversi fattori, tra cui il tasso di effusione della lava, la durata dell’evento e la capacità della frattura di rimanere alimentata nel tempo. Anche per questo motivo, il monitoraggio nelle prossime ore e nei prossimi giorni sarà fondamentale.
Se la colata dovesse continuare ad avanzare, sarà necessario valutare con attenzione la cosiddetta distanza di sicurezza rispetto ai comuni etnei più vicini, come Milo o Zafferana. Inoltre, non va esclusa la possibilità che all’attività effusiva si affianchino fasi esplosive, con ricaduta di cenere, lapilli e scorie su aree più ampie, con possibili ripercussioni sulla viabilità, sull’agricoltura e sulla salute respiratoria.
Tra spettacolo naturale e rischio controllato
Al momento, l’attuale fase eruttiva non interferisce con l’operatività dell’aeroporto internazionale Vincenzo Bellini di Catania, sebbene sia stato innalzato il livello di allerta per le ceneri vulcaniche a tutela del traffico aereo. Un segnale di prudenza che conferma come l’attenzione resti alta, pur in assenza di criticità immediate.
Non sorprende, del resto, che l’Etna abbia scelto proprio l’inizio del 2026 per tornare a farsi sentire. Già nel comunicato diffuso il 30 dicembre scorso, l’Ingv aveva ipotizzato scenari evolutivi più complessi, con la possibilità di un’intensificazione dell’attività esplosiva e lavica. La nuova frattura laterale sembra inserirsi in questo quadro dinamico, ricordando ancora una volta quanto il vulcano sia un sistema vivo, capace di sorprendere e di imporre rispetto.
Per ora, lo spettacolo resta confinato alle alte quote e alle aree disabitate. Ma è proprio questa apparente tranquillità a rendere indispensabile un’osservazione costante: sull’Etna, ogni colata racconta una storia che può cambiare rapidamente.





