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Terzo mandato ai sindaci, l’Ars boccia ancora la norma: il voto segreto spacca il centrodestra

Per la seconda volta in poche settimane l’Assemblea regionale siciliana affossa la proposta che avrebbe consentito ai primi cittadini dei comuni fino a 15 mila abitanti di ricandidarsi. Decisivo il voto segreto: una ventina i franchi tiratori nella maggioranza

PALERMO – La proposta di introdurre il terzo mandato per i sindaci dei piccoli comuni siciliani si ferma ancora una volta davanti all’Assemblea regionale siciliana. Per la seconda volta nel giro di poche settimane il Parlamento dell’Isola ha bocciato la norma che avrebbe consentito ai primi cittadini dei comuni fino a 15 mila abitanti di ricandidarsi per un terzo mandato consecutivo. A determinare l’esito della votazione è stato il voto segreto richiesto dalle opposizioni, che ha finito per mettere in difficoltà la stessa maggioranza di centrodestra.

L’aula ha approvato un emendamento soppressivo del testo con 43 voti favorevoli e 18 contrari, affossando di fatto la proposta. I numeri della votazione indicano chiaramente una spaccatura interna allo schieramento di governo: secondo le ricostruzioni politiche sarebbero stati circa una ventina i franchi tiratori che hanno contribuito a far saltare il provvedimento.

Il secondo stop in poche settimane

Non è la prima volta che la norma sul terzo mandato subisce una battuta d’arresto a Palazzo dei Normanni. Già a metà febbraio l’Assemblea aveva respinto un primo tentativo di modifica della disciplina sui mandati dei sindaci. Dopo quella bocciatura, la proposta era stata ripresentata nel tentativo di riaprire la discussione e arrivare a una soluzione prima delle prossime elezioni amministrative.

L’obiettivo era adeguare la normativa siciliana a quella in vigore nel resto d’Italia, dove i sindaci dei comuni più piccoli possono ricandidarsi per un terzo mandato. Un passaggio che, nelle intenzioni dei promotori, avrebbe consentito di applicare la nuova regola già nella tornata elettorale di primavera.

A spingere verso una revisione della normativa era stata anche la recente pronuncia della Corte costituzionale. In particolare, la sentenza numero 16 del 2026, relativa alla legge regionale della Valle d’Aosta, aveva riacceso il dibattito sulla necessità di uniformare le discipline regionali ai principi generali dell’ordinamento nazionale.

La posizione di Anci Sicilia

Dura la reazione di Anci Sicilia dopo l’ennesima bocciatura. “Prendiamo atto che l’Assemblea regionale siciliana ha bocciato ancora una volta la norma che avrebbe consentito di adeguare la disciplina sui mandati dei sindaci a quella vigente a livello nazionale e alle indicazioni più volte espresse, a tutela dei diritti fondamentali, dalla Corte costituzionale, da ultimo con la recente sentenza n. 16 del 2026 relativa alla legge regionale della Valle d’Aosta” – dichiarano il presidente Paolo Amenta e il segretario generale Mario Emanuele Alvano.

Secondo i vertici dell’associazione dei comuni siciliani, quanto accaduto in aula impone una riflessione più ampia sul sistema normativo regionale. “Dopo quanto già avvenuto in occasione dell’approvazione della legge ‘Norme riguardanti gli enti locali’, l’esito di questa votazione del Parlamento regionale siciliano ci induce a porre una domanda molto semplice: è davvero utile ai territori — e quindi alla Sicilia — mantenere una specialità in materia di ordinamento degli enti locali che produce norme in contrasto con l’impianto nazionale e con la giurisprudenza costituzionale?”.

Per Anci Sicilia il rischio è quello di alimentare incertezze normative e contenziosi. “Oppure sarebbe più saggio e utile prevedere un sistematico adeguamento alle norme approvate a livello nazionale – sottolineano – evitando conflitti interpretativi, incertezze applicative e un continuo contenzioso che finisce per ricadere sui comuni e, in ultima istanza, sugli interessi degli stessi cittadini?”.

Una domanda che, secondo il presidente Amenta, non può più essere rinviata: “Questo è l’interrogativo che dobbiamo avere il coraggio di porci d’ora in avanti”. La bocciatura del provvedimento, dunque, non chiude soltanto la partita del terzo mandato, ma riapre il confronto più ampio sul rapporto tra autonomia normativa della Regione e armonizzazione con le regole nazionali in materia di enti locali.