MESSINA – C’è un momento in cui il rumore delle sirene, dei mezzi di soccorso e delle notizie lascia spazio al silenzio. A Pistunina quel momento è arrivato nel cortile della parrocchia San Nicolò di Bari, a pochi metri dalla palazzina crollata il 30 luglio. Qui numerosi fedeli si sono riuniti per la veglia “Preghiera ad una sola voce”, un rosario meditato sui misteri dolorosi per ricordare le quattro vittime, pregare per le due persone ancora disperse sotto le macerie e sostenere le loro famiglie. Davanti alla Grotta di Lourdes, attorno al parroco, padre Giovanni Pelleriti, si sono ritrovate le comunità del vicariato, insieme ai sacerdoti e ai diaconi. Una partecipazione composta, attraversata dalle lacrime e dalla sofferenza di una città ancora incredula davanti a una tragedia che ha spezzato vite, famiglie e legami.
Nessun discorso avrebbe potuto alleviare un dolore tanto grande. La veglia ha scelto perciò il linguaggio essenziale della preghiera, affidando alla fede ciò che appare umanamente inspiegabile. La comunità non si è riunita per cercare risposte, ma per condividere il peso di un’attesa diventata ogni giorno più drammatica e per non lasciare sole le persone direttamente colpite dal crollo.
I nomi affidati alla preghiera
Il rosario ha dato un volto e un nome al dolore. La comunità ha affidato al Signore Carmelo Leone, Sara Leone, Rosa Leone e la ventunenne Alessandra Frazzica, le quattro persone recuperate senza vita tra le macerie della palazzina. La preghiera si è levata anche per Santino Magazzù, marito di Rosa Leone, e per Lhairu Warnakulasuriya, collaboratore domestico della famiglia, ancora dispersi dopo giorni di incessanti ricerche.
Nell’ultima fila, quasi a volersi tenere lontano dagli sguardi, sedeva Davide Lambiase, il ventiseienne sopravvissuto al crollo. Ancora visibilmente provato nel fisico e soprattutto nel cuore, ha voluto prendere parte alla veglia “per rispetto dei morti”. Il suo pensiero è andato in particolare ad Alessandra Frazzica, l’amica e collega con la quale condivideva il lavoro e che ha perso la vita nella tragedia. La presenza del giovane ha restituito tutta la dimensione umana del dramma. Essere sopravvissuti non significa essere rimasti estranei a ciò che è accaduto. Significa portare con sé le immagini, i rumori e il ricordo di chi non ce l’ha fatta, insieme alle domande che inevitabilmente accompagnano una tragedia di queste proporzioni.
Poco distante sedevano alcuni componenti della famiglia Leone, raccolti in un dolore composto che non aveva bisogno di parole. Attorno a loro si è stretta una comunità che li conosce da tempo. La famiglia, infatti, è sempre stata molto attiva nella vita della parrocchia e partecipe delle iniziative promosse nel quartiere. Dietro i nomi delle vittime ci sono quindi volti familiari, incontri quotidiani e relazioni costruite negli anni.
La preghiera mentre continuano gli scavi
Il pensiero dei presenti ha raggiunto anche chi, da giorni, lavora senza conoscere riposo. La comunità ha pregato per i Vigili del fuoco impegnati nelle ricerche, per le Forze dell’ordine, per i sanitari del 118, per i volontari della Croce Rossa, per la Protezione civile e per tutte le persone che stanno affrontando l’emergenza con competenza, dedizione e umanità. Mentre nel cortile della parrocchia venivano recitati i misteri dolorosi, a poca distanza continuava il difficile lavoro tra cemento, solai collassati e detriti. Due luoghi vicini e due forme diverse di presenza: quella concreta dei soccorritori, impegnati a ritrovare gli ultimi dispersi, e quella spirituale di una comunità che prova a sostenere le famiglie nell’ora più difficile.
Di fronte a una sofferenza così violenta anche la fede può vacillare. È umano domandarsi quale senso possa avere pregare quando il dolore non può essere cancellato e ciò che è stato perduto non può essere restituito. La risposta della veglia non è stata affidata a spiegazioni, ma alla condivisione. Pregare, in questo caso, significa impedire che il dolore diventi isolamento e disperazione, farsi carico della fragilità di chi non riesce più a trovare le parole e sorreggere la fede di chi sente venir meno ogni forza.
La speranza evocata durante la celebrazione non è stata quella di un possibile esito favorevole delle ricerche, ormai segnate dal trascorrere di troppi giorni. È stata la speranza cristiana intesa come conforto, affidamento e capacità di restare uniti anche davanti alla morte. Una speranza che non nega la realtà e non attenua la gravità della tragedia, ma ricorda alle famiglie che non saranno lasciate sole. La veglia di Pistunina ha trasformato così il silenzio in vicinanza. Un’intera comunità ha unito la propria voce per accompagnare le vittime, chiedere che i dispersi possano essere ritrovati e restituiti ai loro cari e sostenere quanti dovranno convivere con un dolore destinato a durare ben oltre i giorni dell’emergenza.






