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VIDEO Opere rubate al MuMe, il sociologo Pira: “Una ferita che deve spingere Messina a ripensare il modo in cui custodisce e valorizza il proprio patrimonio”

Il sociologo dell’Università di Messina va oltre il fatto di cronaca: "Preoccupa la narrazione social che esalta i ladri. Questa vicenda deve aprire una riflessione su sicurezza, promozione culturale e turismo"

MESSINA – Non soltanto una gravissima ferita inferta al patrimonio culturale, ma anche un episodio che impone una riflessione più ampia sulla capacità della città di Messina nel custodire, raccontare e valorizzare i propri tesori. Il furto delle opere di Antonello da Messina al MuMe, il Museo Regionale Interdisciplinare, apre inevitabilmente il fronte della sicurezza, ma per il sociologo Francesco Pira pone anche una questione culturale e strategica: quella di una città che, nonostante possieda testimonianze artistiche di straordinario valore, non sarebbe ancora riuscita a costruire intorno a esse una visione organica e riconoscibile.

Professore di Sociologia all’Università degli Studi di Messina ed esperto di comunicazione, Pira concentra anzitutto l’attenzione sulla rappresentazione dell’accaduto, soffermandosi sull’universo digitale. Un meccanismo che, sostiene, rischia di trasformare un episodio gravissimo in un racconto capace quasi di attribuire fascino e abilità criminale agli autori del colpo: “È successo quello che temevo, una narrazione che sarà replicata in tutto il mondo e che esalta i malfattori che hanno rubato le opere, come è successo per il Louvre. Ma è importante per il nostro Paese recuperare senso di responsabilità, per quello che è avvenuto e per come è accaduto”, osserva Pira.

Il sociologo precisa che la sua analisi non riguarda il lavoro svolto dagli organi d’informazione, chiamati a ricostruire i fatti e a raccontarne ogni sviluppo, quanto piuttosto la dimensione parallela che si sta sviluppando sulle piattaforme social. Un flusso nel quale ironia, meme, satira e commenti rischiano, a suo giudizio, di mettere in secondo piano la portata culturale della sottrazione: “Ovviamente non mi riferisco alle cronache giornalistiche, ma a quello che sta girando sui social network, dove meme, satira e opinioni in libertà stanno contribuendo a non comprendere effettivamente il valore di una perdita incredibile del nostro patrimonio che, se non recuperato, non potremo mettere più a disposizione dell’umanità”.

Sicurezza del museo sotto i riflettori

Accanto al tema della comunicazione, resta inevitabilmente quello delle condizioni nelle quali il furto è stato compiuto. Pira richiama le criticità emerse nel dibattito successivo al colpo e gli interrogativi relativi all’efficacia delle misure di protezione predisposte all’interno del museo: “Tutti stanno evidenziando la falla nei sistemi di sicurezza, sia per quanto riguarda gli allarmi sia le teche e le porte blindate, che i nuovi Arsenio Lupin a Messina hanno bypassato senza alcuna difficoltà”, afferma.

Un episodio che, per modalità e tempistiche, assume contorni ancora più inquietanti. Il professore sottolinea infatti come il colpo sia avvenuto durante una festa religiosa popolare particolarmente sentita dalla comunità messinese, peraltro segnata da un recente lutto. E richiama simbolicamente anche la straordinaria storia delle opere trafugate, capaci di attraversare indenni alcuni dei momenti più drammatici vissuti dalla città: “Come per il furto dell’oro di San Gennaro, il tutto è avvenuto durante una festa religiosa popolare molto sentita dalla popolazione messinese, provata da un lutto recente. Le opere rubate, peraltro, hanno già superato la prova del terremoto di Messina”.

Ma fermarsi esclusivamente alla questione della sicurezza, significherebbe affrontare soltanto una parte del problema. Il furto diventa così occasione per interrogarsi sul rapporto che Messina ha costruito con il proprio patrimonio culturale e sulla capacità di trasformarlo in uno degli elementi centrali della propria identità e della propria offerta turistica. “Se andiamo oltre il fatto di cronaca, la mia paura è che manchi una visione. – Afferma il sociologo – Lavoro a Messina dal 2013 e mi sono sempre chiesto, perché una città che accoglie ogni anno numerosi crocieristi non riesca ad indirizzarne almeno una parte verso il Museo regionale e verso le opere di Antonello da Messina, manifestando questa mia opinione in molti interventi pubblici e convegni”. Una riflessione che investe direttamente le strategie di promozione turistica del territorio.

Il sociologo propone quindi un confronto provocatorio con una delle mete più conosciute dell’area jonica: Savoca, divenuta celebre internazionalmente anche per essere stata una delle location cinematografiche de Il Padrino. “I crocieristi vengono invece portati in pullman a Savoca per visitare il bar dove è stato girato il film Il Padrino, lo stereotipo della Sicilia mafiosa nel mondo”, sottolinea Pira. Riferimento che non vuole mettere in discussione l’attrattività turistica del borgo jonico, quanto evidenziare una contraddizione: la forza internazionale di un immaginario cinematografico riesce a generare itinerari consolidati, mentre capolavori appartenenti alla storia dell’arte italiana ed europea faticano, secondo il sociologo, a diventare parte integrante e sistematica dei circuiti proposti ai visitatori che approdano a Messina.

Custodire, ma anche valorizzare

Il caso MuMe assume così una duplice dimensione. Da un lato c’è l’urgenza investigativa e la necessità di recuperare le opere sottratte, insieme all’accertamento delle eventuali responsabilità e delle criticità nei dispositivi di sicurezza. Dall’altro emerge una questione destinata a sopravvivere alla cronaca del furto, quale ruolo assegnare al patrimonio culturale nella strategia di sviluppo della città. Per Pira, infatti, protezione e valorizzazione non possono essere considerate due questioni separate. Custodire significa predisporre sistemi adeguati alla rilevanza dei beni conservati, valorizzare invece, implica il creare conoscenza, partecipazione, percorsi culturali e turistici in grado di trasformare quelle opere in patrimonio realmente condiviso.

Da qui l’auspicio affinché il furto, pur nella sua gravità, possa determinare una presa di coscienza più ampia. “Mi auguro che le opere possano al più presto tornare al MuMe, ma al contempo venga avviata una riflessione su come valorizzarle e come custodirle”, conclude Francesco Pira.

Una riflessione che va dunque oltre le porte del Museo regionale, sollevando interrogativi sul modello culturale e turistico che Messina intende costruire, trasformado una ferita al patrimonio in un’occasione per interrogarsi, sul valore che quel patrimonio deve avere nell’identità e nel futuro del territorio.