cultura

Intelligenza artificiale, il sociologo Francesco Pira: “La tecnologia può accompagnarci, ma la direzione deve restare umana”

A Murano il docente dell’università di Messina interviene sulle sfide dell’era digitale, tra giovani, solitudine, lavoro e responsabilità educativa. Al centro della riflessione la necessità di preservare le relazioni umane

MURANO – L’intelligenza artificiale sta trasformando il modo di lavorare, comunicare e costruire relazioni, ma il rischio è quello di affidare alla tecnologia responsabilità che devono rimanere nelle mani dell’uomo. È questo il messaggio lanciato dal professor Francesco Pira, sociologo e docente associato dell’Università di Messina, protagonista dell’incontro dal titolo “Intelligenza artificiale, nuove responsabilità”, ospitato il 15 ottobre a Palazzo da Mula, a Murano. L’iniziativa, promossa dal Masci – Zona Serenissima da Mar, Murano 1, guidato dalla Magister Margherita Barbini, ha registrato una partecipazione numerosa e attenta. Per oltre un’ora il sociologo siciliano ha dialogato con il pubblico, affrontando opportunità, rischi e interrogativi legati alla crescente diffusione dell’intelligenza artificiale nella società contemporanea. All’organizzazione hanno collaborato anche Agesci Zona Venezia Isole, Onde di Murano, Società Cooperativa Muranese Mista, Associazione del Patronato di Murano e Circolo Ricreativo Culturale Muranese.

Superare la contrapposizione tra entusiasmo e paura è stato uno dei punti di partenza dell’intervento. Secondo Pira, l’intelligenza artificiale non deve essere considerata né una minaccia inevitabile né una soluzione universale, ma uno strumento il cui impatto dipende dalle scelte compiute dalle persone: “Nessun dispositivo è neutro, ma nessuno è nemico in sé. Dipende dall’uso, dai fini e da chi ne orienta la direzione. La differenza la fanno le scelte umane”, ha sottolineato il docente, richiamando la necessità di una maggiore consapevolezza individuale e collettiva. Particolare attenzione è stata riservata al rapporto tra giovani, solitudine e chatbot, un fenomeno che solleva interrogativi sul futuro delle relazioni interpersonali. Pira ha citato un’indagine Ipsos Bva per la Cnil, condotta su 3.800 ragazzi tra gli 11 e i 25 anni, secondo la quale circa un giovane europeo su due utilizzerebbe chatbot di intelligenza artificiale per affrontare questioni personali o intime.

Un dato che, secondo il sociologo, invita a riflettere non soltanto sulle potenzialità degli strumenti digitali, ma soprattutto sulle fragilità relazionali delle nuove generazioni: “Il chatbot non crea il bisogno, lo intercetta. Se un ragazzo cerca conforto in una macchina, la questione riguarda il vuoto relazionale che quello strumento occupa. L’intelligenza artificiale non colma la solitudine: la rende abitabile e così la nasconde”, ha osservato Pira, evidenziando il ruolo fondamentale di famiglie, scuole e adulti. La riflessione si è estesa poi anche al mondo del lavoro e alle conseguenze dell’automazione. Per il docente messinese, la progressiva sostituzione di alcune attività umane non rappresenta esclusivamente una questione economica, ma coinvolge l’identità stessa delle persone: “Quando un lavoro scompare, non si perde solo un reddito. Si perde un riconoscimento sociale”, ha spiegato, ricordando come la professione rappresenti anche uno spazio di appartenenza, realizzazione personale e costruzione di legami.

Un altro tema centrale ha riguardato il confine tra decisione automatizzata e responsabilità umana. L’intelligenza artificiale può elaborare informazioni e fornire risposte, ma non può sostituire la dimensione della fiducia che caratterizza i rapporti tra persone: “La fiducia non è un’informazione: è una relazione. Quando affido a qualcuno una decisione importante per la mia vita, non delego solo il calcolo, delego la responsabilità. Un sistema automatico non risponde: calcola”, ha affermato il sociologo. Da qui l’attenzione al rischio di attribuire caratteristiche umane alle macchine, soprattutto da parte dei più piccoli. Un fenomeno che, secondo Pira, può essere contrastato attraverso una presenza educativa consapevole, capace di accompagnare bambini e adolescenti nella comprensione delle tecnologie.

Cinque le responsabilità individuate dal docente: educativa, regolatoria, relazionale, cura della lentezza e responsabilità delle parole. Un percorso che parte dall’alfabetizzazione digitale nelle scuole e coinvolge anche gli adulti, chiamati a sviluppare strumenti critici per comprendere l’innovazione. A questo si aggiungono la necessità di regole adeguate, il recupero degli spazi di ascolto e la tutela del valore del linguaggio. “Il rischio non è che la macchina scriva male: è che ci abitui a un linguaggio che funziona e non significa nulla. La cura del linguaggio, oggi è la forma più elementare di rispetto verso chi ascolta”, ha evidenziato Pira. Al centro della sua analisi, dunque, la proposta di un “umanesimo digitale”, fondato sulla capacità di mettere la persona al centro del progresso tecnologico. Non una rinuncia all’innovazione, ma un invito a governarne gli effetti, salvaguardando quegli ambiti nei quali empatia, ascolto e responsabilità non possono essere delegati.

“Non si tratta di fermare la tecnologia, ma di orientarla”, ha ribadito il professore, richiamando l’importanza di preservare il ruolo di insegnanti, medici, genitori e comunità educanti. A chiudere l’incontro, un messaggio sulla necessità di mantenere saldo il controllo umano di fronte ai cambiamenti in corso. “La tecnologia può amplificare ciò che siamo, la nostra cura o la nostra indifferenza, ma non decide al posto nostro. Nessuna innovazione potrà mai sostituire lo sguardo di una madre, la pazienza di un padre, la voce di un insegnante, la cura di una comunità che educa”. E infine l’appello: “La tecnologia può accompagnare, sostenere, facilitare: la direzione resta umana. Non possiamo delegare questa responsabilità. A nessuno. Tanto meno a una macchina”.