ROMA – La Corte Suprema di Cassazione ha annullato la sentenza con cui la Corte d’Appello di Reggio Calabria aveva condannato Cateno De Luca per diffamazione nei confronti dell’ex procuratore generale di Messina, Vincenzo Barbaro. La Suprema Corte ha disposto il rinvio alla stessa Corte d’Appello reggina che dovrà ora riesaminare la vicenda con un nuovo giudizio, accogliendo di fatto il ricorso presentato dall’ex sindaco di Messina.
La decisione rappresenta un passaggio rilevante in una lunga vicenda giudiziaria che ha avuto origine da dichiarazioni pubbliche, interviste giornalistiche e televisive e da contenuti nel libro “Lupara giudiziaria”, nei quali De Luca aveva espresso forti critiche nei confronti dell’operato del magistrato.
Dalla condanna in primo grado al ricorso in Cassazione
La vicenda processuale era iniziata con una condanna in primo grado nei confronti di De Luca, ritenuto responsabile del reato di diffamazione e condannato a otto mesi di reclusione oltre al risarcimento dei danni nei confronti della parte offesa. Successivamente la Corte d’Appello di Reggio Calabria aveva parzialmente riformato la sentenza, eliminando il risarcimento e sostituendo la pena detentiva con una sanzione pecuniaria di entità contenuta.
Nonostante la riduzione della pena, De Luca aveva scelto di proseguire la battaglia giudiziaria ricorrendo alla Corte di Cassazione. La decisione era maturata dalla convinzione di aver esercitato un diritto di denuncia pubblica rispetto a vicende che, a suo dire, avevano inciso profondamente sulla sua vita politica e imprenditoriale.
L’ex sindaco di Messina ha infatti sostenuto di aver raccontato all’opinione pubblica una situazione che riteneva grave ma fondata su fatti reali, collegata a una lunga stagione di procedimenti giudiziari che lo avevano coinvolto per oltre un decennio e che si sono conclusi, secondo la sua ricostruzione, con numerose assoluzioni definitive per insussistenza dei fatti.
Le dichiarazioni pubbliche e il libro “Lupara giudiziaria”
Al centro della controversia giudiziaria vi sono alcune dichiarazioni rilasciate da De Luca nel corso di interviste giornalistiche e televisive e contenute nel volume “Lupara giudiziaria”. In quelle occasioni l’ex sindaco aveva denunciato quella che definiva una proliferazione anomala di procedimenti giudiziari nei suoi confronti e un clima di forte pressione investigativa che, a suo dire, aveva coinvolto anche collaboratori e persone vicine alla sua attività politica e imprenditoriale.
Tra gli elementi citati da De Luca vi erano anche riferimenti a vicende relative al settore della formazione professionale e alla partecipazione a procedure d’asta pubblica nel tribunale di Messina, fino all’arresto subito con l’accusa di associazione per delinquere, episodio che – secondo la sua ricostruzione – aveva rischiato di compromettere un patrimonio imprenditoriale costruito nel tempo.
Il riconoscimento del diritto di critica
Nel pronunciarsi sul ricorso, la Corte di Cassazione ha ritenuto che le affermazioni contestate rientrassero nell’ambito del diritto di critica. I giudici della Suprema Corte hanno sottolineato come l’eventuale intento diffamatorio risulti incompatibile con la reazione di un cittadino che per oltre dieci anni è stato sottoposto a numerosi procedimenti giudiziari, conclusi poi con una serie di sentenze di assoluzione passate in giudicato.
Alla luce di queste considerazioni la Cassazione ha quindi annullato la sentenza impugnata e disposto il rinvio alla Corte d’Appello di Reggio Calabria, che dovrà riesaminare il caso e pronunciarsi nuovamente sulla vicenda.
La comunicazione del difensore
A rendere noto l’esito del giudizio è stato l’avvocato e professore Carlo Taormina, difensore di Cateno De Luca, che ha illustrato il contenuto della decisione della Suprema Corte. Il procedimento tornerà dunque davanti ai giudici della Corte d’Appello reggina, chiamati ora a valutare nuovamente i fatti alla luce delle indicazioni contenute nella pronuncia della Cassazione.






