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CRONACA

Caporalato digitale nel food delivery indagati a Messina quattro responsabili sfruttati decine di rider giovani

L’inchiesta dei Carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro svela un sistema di lavoro sottopagato e controllato da algoritmi e chat: compensi inferiori a 3 euro a consegna e pressioni costanti sui ciclofattorini

MESSINA – Un sistema di sfruttamento che sfruttava le nuove tecnologie per controllare i lavoratori e comprimere i costi. È questo il quadro emerso da una complessa attività investigativa coordinata dalla Procura della Repubblica di Messina e condotta dai Carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, con il supporto del Nucleo operativo del Gruppo per la tutela lavoro di Palermo. Al termine delle indagini è stato notificato un avviso di conclusione delle indagini preliminari all’amministratore unico e a tre collaboratori di una società messinese attiva nel settore del food delivery.

Gli indagati sono accusati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il cosiddetto caporalato, aggravato dal numero di lavoratori coinvolti. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il sistema avrebbe interessato diverse decine di rider italiani, in gran parte studenti universitari e giovani del territorio. Oltre all’ipotesi di caporalato, vengono contestate anche violazioni delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e la responsabilità amministrativa dell’ente, poiché i reati sarebbero stati commessi nell’interesse e a vantaggio della società attraverso un’organizzazione ritenuta contraria ai principi di legalità.

Un sistema costruito sulla precarietà dei giovani

L’indagine ha messo in luce un modello organizzativo che traeva profitto dalle difficoltà economiche di molti giovani messinesi. I rider utilizzavano mezzi propri per effettuare le consegne e percepivano compensi molto inferiori ai minimi previsti dai contratti collettivi nazionali del settore trasporti e logistica.

In diversi casi le paghe venivano calcolate a cottimo, oscillando tra i 2,40 e i 2,99 euro per consegna, cioè meno della metà delle tariffe stabilite dai contratti di riferimento. Un sistema che, secondo gli investigatori, costringeva i ciclofattorini ad accettare ritmi intensi e a esporsi a rischi stradali pur di raggiungere una soglia minima di guadagno.

Le irregolarità non riguardavano soltanto l’aspetto economico. Dalle verifiche sono emerse anche gravi violazioni in materia di sicurezza: i lavoratori non avrebbero ricevuto formazione specifica sui rischi connessi all’attività, né sarebbero stati sottoposti alle visite mediche e alla sorveglianza sanitaria previste dalla normativa.

Il meccanismo del “caporalato digitale”

Il cuore del sistema, secondo l’inchiesta, era rappresentato da una piattaforma informatica proprietaria utilizzata dall’azienda per gestire e controllare l’attività dei rider. Attraverso algoritmi predefiniti venivano assegnati gli ordini, stabiliti i tempi e monitorate le prestazioni dei lavoratori.

La tecnologia, spiegano gli investigatori, non si limitava a supportare l’organizzazione del lavoro ma finiva per esercitare i poteri tipici di un datore di lavoro: pianificazione delle attività, controllo delle prestazioni e valutazione dei tempi di consegna. In questo modo un rapporto di lavoro sostanzialmente subordinato veniva presentato come una semplice prestazione autonoma o occasionale.

Il sistema prevedeva anche forme di controllo costante attraverso le chat WhatsApp. I rider erano obbligati a inviare la parola “libero” tramite l’applicazione e ad aggiornarla ogni minuto per confermare la propria disponibilità immediata dopo ogni consegna. I responsabili aziendali controllavano i tempi di esecuzione e, in caso di ritardi, contattavano telefonicamente i lavoratori per sollecitarli o indicare come velocizzare il turno.

Non era prevista la possibilità di rifiutare una consegna. Ogni eventuale diniego doveva essere giustificato e, in caso contrario, il rider rischiava ammonimenti o la mancata assegnazione degli ordini successivi. Un sistema che, di fatto, imponeva un vincolo continuo di disponibilità e ritmi di lavoro particolarmente gravosi.

Sanzioni e recupero contributivo

Nel corso degli accertamenti i Carabinieri del Nil hanno contestato violazioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro per un importo complessivo di 66.940,29 euro. Un contesto in cui, secondo quanto emerso dalle indagini, la tutela dell’integrità fisica dei lavoratori veniva considerata secondaria rispetto all’organizzazione delle consegne.

Emblematico, in tal senso, il caso di una giovane rider rimasta coinvolta in un incidente durante l’attività lavorativa. Secondo gli investigatori la ragazza avrebbe subito pressioni psicologiche affinché si dimettesse, nel tentativo di evitare controlli da parte dell’Inail.

Parallelamente sono state avviate le procedure per il recupero di contributi previdenziali e assistenziali non versati per un totale di 696.191,60 euro. Gli indagati, secondo la ricostruzione investigativa, monitoravano costantemente i compensi dei circa 300 rider coinvolti per evitare che superassero la soglia annua di 5.000 euro, limite utilizzato per mantenere l’inquadramento di prestazione occasionale ed eludere così gli obblighi contributivi.

Il tentativo di cancellare le prove

Gli investigatori hanno inoltre accertato che, una volta venuti a conoscenza delle indagini attraverso un decreto di perquisizione, gli indagati avrebbero tentato di occultare le prove. Tra le strategie ipotizzate figurano la richiesta al gestore del database aziendale di cancellare i dati degli ordini degli anni precedenti, la modifica delle credenziali di accesso al sistema e l’ipotesi di nascondere il computer aziendale.

Secondo quanto ricostruito, i responsabili avrebbero anche preso in considerazione la modifica del cosiddetto “file cassa” per ridurre gli importi registrati e mascherare il reale volume d’affari, coprendo eventuali pagamenti in contanti non dichiarati.

La società coinvolta, attualmente in fase di liquidazione, è stata diffidata a regolarizzare i lavoratori e ad adottare modelli organizzativi idonei a prevenire nuovi episodi di sfruttamento.

Un fenomeno nazionale con modelli diversi tra Nord e Sud

L’operazione messinese si inserisce in una più ampia strategia di contrasto al caporalato digitale avviata a livello nazionale dal Comando Carabinieri per la tutela del lavoro fin dal 2023. L’obiettivo è vigilare affinché lo sviluppo tecnologico della cosiddetta gig economy non si trasformi in un modo per aggirare le tutele previste dalla Costituzione.

Le indagini condotte in diverse città italiane hanno mostrato modelli di sfruttamento differenti. Nel Nord Italia, in particolare nelle inchieste avviate a Milano, il sistema è spesso fondato su piattaforme digitali altamente sofisticate che controllano i rider attraverso algoritmi, geolocalizzazione e monitoraggio continuo delle performance. In quei contesti le vittime risultano prevalentemente lavoratori stranieri.

Lo scenario emerso a Messina presenta caratteristiche diverse. Qui lo sfruttamento avrebbe colpito soprattutto giovani italiani e studenti universitari, coordinati attraverso strumenti tecnologici più semplici: una piattaforma informatica di base affiancata da chat WhatsApp utilizzate per impartire ordini e controllare l’attività dei ciclofattorini.

Il Comando Carabinieri per la tutela del lavoro sottolinea che il contrasto al caporalato resta una priorità, sia quando si manifesta attraverso complessi sistemi algoritmici sia quando assume forme più rudimentali ma altrettanto oppressive.

Il procedimento penale si trova attualmente nella fase delle indagini preliminari. Come previsto dalla legge, la responsabilità delle persone coinvolte potrà essere accertata solo con una eventuale sentenza definitiva di condanna.